Tratto da: "Il Gazzettino" del 05/03/1969
Nascosti ai «Ministeriali» in visita a Nove gli effetti piu' gravi delle prove su modello
La
circostanza e’ emersa ieri, alla trentesima udienza del processo per il
Vajont, dall’esposizione dell’imputato, il quale, continuando a parlare
dei suoi esperimenti, ha anche fatto intravvedere errori di altri tecnici,
senza pero’ puntare il dito su alcuno. (DAL
NOSTRO INVIATO SPECIALE) L'Aquila,
4 marzo Trentesima
udienza del processo per il disastro del ~ajont, quarta lezione di idraulica
e di storia dell'esperimento sul modello, compiuto a Nove di Vittorio Veneto,
impartita dall'imputato prof. Augusto Ghetti, titolare della cattedra di
idraulica all'Università di Padova. Gli era stato affidato il compito di
misurare gli effetti idraulici della caduta di una frana nel serbatoio ed egli
disse che il lago poteva arrivare fino a quota 700, da considerarsi di
sicurezza anche nei confronti del più catastrofico, prevedibile evento.
Così non fu e la magistratura ha ritenuto, per gli errori compiuti
nell'esperimento, che anche egli debba rispondere dei reati contestati agli
altri sette imputati. La
linea di difesa del prof. Ghetti ha oggi acquistato spessore. Egli fa
intravvedere errori di altri tecnici, per rendere esente da imperfezioni
il proprio lavoro; ma pare non voglia puntare il dito contro altri
responsabili, quanto, piuttosto, far risaltare che nè egli né altri
avevano elementi di valutazione core una reale rispondenza alla realtà. Ha
un poco smitizzato la figura del geologo Edoardo Semenza « l'enfant
prodige » che intuì la grandezza della frana, la sua origine preistorica, la
linea a « M » di distacco dal monte Toc, affermando che gli consigliò un
diverso piano di scorrimento più lontano della realtà di quello che lui
aveva utilizzato, in principio, per le prove. Ed ha anche dato una mano ad
ministeriali, commentando una loro visita al laboratorio di Nove, dove
furono loro nascosti alcuni aspetti, quelli più gravi, degli effetti delle
prove suddette. Tre
minuti Il
prof. Ghetti si è riallacciato alle deposizioni rese ieri, e cioè che egli,
quando iniziò gli esperimenti, fece cadere il materiale lungo un piano in~bo
a trenta gradi, simulando prima la parte di frana a valle del torrente
Massalezza, cioè più vicino alla diga, poi, quella a monte del corso di
acqua. Il piano reale di scorrimento non si conosceva e quindi scelse
quella strada. I tempi di caduta del materiale erano vicini ai tre minuti, con
effetti ondosi relativamente modesti. Il
17 luglio 1961, il geologo Edoardo Semenza andò a Nove col padre Carlo e
affermò categoricamente che bisognava modificare il piano di scorrimento
rendendolo concavo, perchè i suoi studi sul Vajont lo avevano indotto a
questa conclusione. Disse, anche, che invece della ghiaia adoperata fino
ad allora per riprodurre la frana era bene impiegare mattoni, elemento più
rispondente alla ipotassi del materiale compatto. Così Ghetti, in attesa di
avere elementi per modificare le superfici di scorrimento, intanto alzò il
piano, inclinandolo a quarantadue gradi. Si usò ancora ghiaia, per una
serie di considerazioni tecnico‑scientifiche, e si ottennero, dalla
nuova impostazione, velocità più elevate dell'ordine di un minuto o un
minuto e mezzo. La compattezza del materiale franante era assicurata dalla
elevata velocità di caduta. «
Si ottennero risultati alquanto rilevanti perchè, partendo alla quota di
invaso settecenitoventidue e cinquanta, cioè a serbatoio pieno, si ebbero
sovralzi ondosi di oltre una ventina di metri e portate di sfioro fino a
trentamila metri cubi al secondo. Se non fosse stato deciso di modificare la
superficie di scorrimento, continuando con il piano inclinato, si
sarebbero potuti ridurre ulteriormente i tempi di cadute e le cause di
attrito ». Le
velocità ottenute, ha insistito Ghetti, furono comunque largamente
inferiori a quelle indicate dall'ing. Indri (da cinque a dieci minuti), e
dall'ing. Pancini (quindici minuti), ma anche a quelle che si sarebbero
ottenute applicando gli elementi deducibili dallo studio, come parametro,
della frana di Pontesei. Dall'idraulica
alla storia: « Ricordo ‑ ha continuato Ghetti ‑ che ad una
delle prove, il 19 settembre 1961, assistettero, assieme a personale
dell'Istituto di idraulica e a tecnici della Sade, due alti funzionari del
ministero dei Lavori Pubblici, precisamente l'ing. Giovanni Padoan, presidente
del Consiglio superiore, e l'ing. Curzio Batini, presidente della quarta
sezione. Essi osservarono 1a caduta della parte della frana a monte del
Massalezza, col piano di scorrimento inclinato a quarantadue gradi. Si
tratto’, pertanto, di una prova perfettamente regolare, che fece seguito a
una della sera precedente, quando fu fatta scendere la parte a valle del corso
d’acqua. Onde
eccessive Tra
i presenti c'era un assistente di Ghetti, l'ing. Fiorentini, il quale
redasse un appunto la cui interpretazione è stata al centro dell'attenzione
per la intera udienza. Fiorentini scrisse, dunque, che la sera del 18
settembre fu simulata la frana a valle, la mattina del 19, presenti i
funzionari statali, quella a monte, e nel pomeriggio fu ripetuta la prima con
la ghiaia che era stata ricaricata « e che non era stata mossa durante la
visita dell'ing. Padoan per non mostrare onde eccessive (trattandosi della
frana vicino alla diga) ». Ha
precisato Ghetti: « Non assistetti alla prova della sera precedente e anzi
ricordo che ricevetti a Padova, dove mi trovavo, una telefonata dalla Sade di
Venezia affinché mi recassi a Nove, la mattina dopo, perché ci sarebbe
stata una importante visita al modello ». PRESIDENTE
‑ Chi fece la telefonata? GHETTI
‑ Non lo ricordo. E' passato tanto tempo. Mi recai pertanto a Nove la
mattina del 19 settembre, arrivai al momento della visita e presi nota di
quanto i miei collaboratori avevano predisposto. Mi fu riferito l'esito
della prova della sera precedente. Non ebbi sentore di altre circostanze, né
ebbi ragioni di obiettare sul programma come fissato. Non fui mai messo a conoscenza
di quanto risulta nell'appunto dell'ing. Fiorentini. PRESIDENTE
‑ Come ne spiega il contenuto? GHETTI
‑ Ne fui messo a conoscenza soltanto dal giudice istruttore di Belluno
che me lo contestò. Dò questa spiegazione personale: la discesa della frana
a valle, pur con gli stessi tempi di caduta, dà luogo, come appare
evidente, a maggiori onde e sfiori sulla diga. Perciò, ove si fosse fatta
scendere in presenza dei visitatori la frana a valle, anzichè quella a
monte, si sarebbero fatti apparire effetti idraulici superiori. I visitatori,
confermo, furono presenti solo alla prova della mattina del 19 settembre,
quando fu fatta cadere la frana a monte del Messalezza. Nessuna
malizia PRESIDENTE
‑ Ma lei perché decise di far cadere una parte sola della frana? GHETTI
‑ Io trovai tutto predisposto e non v'era ragione che negassi il
benestare. Io non pensai ad essere malizioso. PRESIDENTE
‑ E chi era stato il malizioso? GHETTI
‑ Non lo so. PRESIDENTE
‑ Chi ebbe questa idea, chi la suggerì? GHETTI
‑ Può interrogare i miei collaboratori. Non sono assolutamente in grado
neppure oggi di dire alla Giustizia chi fra i miei collaboratori o non
(intendo, a questo proposito, riferirmi alla Sade), abbia avuto l'idea
manifestamente maliziosa (così come oggi mi appare) di fare l'esperimento a
monte per non impressionare i funzionari ministeriali. Per quanto mi riguarda,
poiché io ero il responsabile tecnico delle prove, devo dichiarare che
quella cui assistetti era perfettamente in regola e non camuffata, come
invece sostiene il giudice istruttore di Belluno. PRESIDENTE
‑ Nessuno dei visitatori chiese di vedere anche la frana a valle? GHETTI
‑ Nessuno, perchè non si trattava di un esperimento conclusivo. E'
certo comunque, che se fossero state fatte scendere contemporaneamente
entrambe le frane l'effetto, alla vista, sarebbe stato indubbiamente più
appariscente per il maggiore dislocamento volumetrico, al quale si andava
a sommare il medesimo, non un maggiore, effetto dinamico. Ai visitatori,
aggiungo, si disse che il piano di scorrimento sarebbe stato cambiato in
base alle più approfondite indagini geologiche sulla frana reale fatte di
Semenza junior. PRESIDENTE:
‑ Si disse che, modificando il piano, l'effetto idraulico sarebbe diminuito. L'imputato
ha chiesto che si leggesse, come è stato fatto, un appunto scritto dall'ing.
Benedini, assistente dello stesso prof. Ghetti, in cui, a proposito della
prova effettuata nel pomeriggio del 18 settembre 1961, si affermava che la velocità
di caduta era eccessiva, che il piano di scorrimento non era
rispondente all'originale e che l'altezza dell'onda sulla diga era molto
spinta: « Come si vede ‑ ha dettato Ghetti a verbale ‑ questa
prova sembrava molto spinta e tale da superare di gran lunga qualsiasi
previsione ». Il
racconto dell'imputato è ripreso con l'illustrazione delle operazioni per
ricostruire la frana sul nuovo piano di scorrimento fornito da Semenza
junior, che era una superficie a conca « con modestissima inclinazione
nella parte prossima alla sponda ». Si trattava di far scendere a velocità
elevata il materiale in questa nuova prospettiva, in maniera compatta. Si
restò fermi sull'idea della ghiaia, la quale, peraltro, per cadere, fu
affidata ad un' dispositivo di traino, il quale permetteva di spingerla da tergo
per imprimerle velocità. Si utilizzò, così, un trattore a cui erano
collegati con un sistema di funi, pettini e rastrelli affondati nella
ghiaia. Il metodo consentì di far scendere il materiale in tempi, rapportati
al reale, fra uno e tre minuti. La massa scendeva compatta e il tempo di
caduta era misurato dall'inizio del fenomeno all'arresto del materiale di
frana sulla sponda opposta del lago riprodotto sul modello. Nel
pomeriggio è stata data lettura della relazione che l’imputato stese al
termine degli esperimenti. Domani, con una serie di precisazioni sui dettagli,
l'esposizione del prof. Ghetti si concluderà.
Fiorello Zangrando